Mi dissero di cambiare sport. E se sbagli con l'AI?

Due esperti mi dissero che non ero fatto per correre. Tredici maratone dopo, il metodo è sempre lo stesso: un chilometro alla volta. Come si applica a un ufficio che deve iniziare con l'AI, senza piano triennale e senza convegni.

Mi dissero di cambiare sport. E se sbagli con l'AI?

«Thomas, sei totalmente scoordinato. Fai un altro sport.» Me lo disse la preparatrice che avrebbe dovuto portarmi alla prima maratona. Il fisioterapista era stato anche più diretto: facevo schifo, non avevo muscolatura, correre non era roba per me. Firenze, 2015, quattro ore e cinquantasei. Sotto le cinque ore, che era l'obiettivo dichiarato. Quello vero era arrivare in fondo e sorridere.

La parte della storia che serve a chi ha un'azienda

Raccontata così sembra la solita storia motivazionale: due esperti dicono di no, uno testardo dice di sì, lieto fine. Letta in quel modo non serve a niente, perché nessun imprenditore prende decisioni per dispetto a un fisioterapista.

La parte utile sta altrove, e riguarda il metodo. Io quella maratona non l'avevo pianificata. Avevo cominciato correndo un chilometro, perché quel giorno mi andava. Poi due. Poi ho continuato per ignoranza, nel senso letterale: non sapevo abbastanza da spaventarmi. Oggi sono tredici maratone e oltre centodieci mezze. Nessun piano triennale, nessuna analisi preliminare, nessun consulente che mi dicesse quale scarpa comprare prima di uscire di casa.

La caduta che mi è costata di più

Anni fa ho fondato una società con dei soci, poi sono arrivati i dipendenti. Ci sono rimasto tre anni e ne sono uscito con la salute rovinata, i soldi bruciati e gli ansiolitici in tasca. Un mese dopo mi sono sposato, il che dà la misura di come stavo messo.

Sei anni dopo, quella è la caduta che mi ha portato dove sono. Non per la retorica del fallimento che insegna, che mi ha sempre dato fastidio. Per una ragione più prosaica: le competenze che ho oggi le ho comprate lì, a un prezzo altissimo, e nessuno me le può togliere. Quello che resta di un progetto andato male non è la perdita a bilancio, sono le persone che adesso sanno una cosa che prima non sapevano.

In azienda funziona uguale. Il gestionale che avete cambiato e che nessuno usa come doveva, il sito rifatto tre volte, il commerciale assunto che dopo otto mesi se n'è andato. Se da quelle esperienze qualcuno in azienda ha imparato come si valuta un fornitore o come si scrive un capitolato, il conto è stato salato ma non a fondo perduto. Se invece nessuno ne ha parlato più, allora sì che sono soldi persi due volte.

Il chilometro alla volta, applicato a un ufficio

Quando entro in una PMI e sento dire «prima capiamo bene cos'è questa intelligenza artificiale, poi decidiamo», so già come va a finire. Passano sei mesi, si legge qualche articolo, si va a due convegni e la situazione è identica a prima, con in più la sensazione di essere rimasti indietro.

Prendiamo un caso concreto, di quelli che vedo spesso. Un'azienda metalmeccanica con un commerciale che rifà lo stesso tipo di preventivo da anni: cambia il cliente, cambiano due voci, la struttura è sempre quella. Ci mette tre quarti d'ora a botta, fra il recupero dei prezzi vecchi e la riscrittura della parte descrittiva.

Il primo chilometro lì è banale: si prende la mail con la richiesta, si prende l'ultimo preventivo simile, si chiede a un assistente AI di produrre la bozza descrittiva. I numeri li controlla il commerciale, come li controllava prima. Quarantacinque minuti diventano dieci. Nessuna trasformazione digitale, nessun progetto, nessuna riunione con tre fornitori. Un processo, una persona, due settimane di prova.

Delegare, che per me è la parte difficile

Ho un problema serio con la delega. Faccio fatica a delegare persino a me stesso: quando mi metto a lavorare a volte ho la sensazione di uscire dal corpo e guardarmi mentre faccio le cose. Sono istintivo più che razionale, e per fortuna finora l'istinto ha tenuto.

Questa cosa la riconosco addosso a metà degli imprenditori che incontro. È lo stesso muscolo che serve per far entrare l'AI in azienda, perché lì stai delegando davvero: la prima stesura di una scheda prodotto, la sintesi di un capitolato di quaranta pagine, la risposta standard che l'amministrazione scrive quaranta volte al mese. Quella resistenza arriva dalla pancia prima ancora che dalla testa, ed è la stessa che ti fa dire «faccio prima io» da vent'anni.

Tieni vicino chi ti fa paura

Tieni vicini gli amici e ancora più vicini i nemici. Sull'AI si dice che ruberà il lavoro. Secondo me lo trasformerà, e chi ci mette le mani dentro adesso decide in che direzione lo trasforma dentro casa propria. Chi aspetta, la trasformazione se la ritrova già decisa da qualcun altro, da un cliente che pretende tempi diversi o da un concorrente che quota in un giorno invece che in cinque.

Posso cadere ancora, lo metto in conto ogni volta che parto con qualcosa. L'istinto di solito ci prende, quando sbaglia mi apre comunque una direzione che prima non vedevo. Con l'AI, sinceramente, mi diverto. E la sopravvivenza che diventa divertente resta il miglior affare che conosco.

Cosa farei domattina

Domattina sceglierei una persona sola e un lavoro solo: quello che in azienda si rifà uguale più spesso, preventivi, schede prodotto, risposte standard. Prima di toccare qualunque strumento, cronometrerei quanto tempo ci vuole oggi, su cinque casi veri, e scriverei il numero su un foglio. Poi darei a quella persona due settimane per provare a farlo con un assistente AI, con il permesso esplicito di sbagliare e di dirmelo. A trenta giorni ricronometro gli stessi cinque casi e confronto i due numeri. Se il tempo si è dimezzato, si passa al processo successivo. Se non si è mosso, si capisce perché e si cambia il chilometro, senza chiudere la partita. Qual è il chilometro che potresti correre domattina, senza chiedere il permesso a nessuno?

(Da una nota vocale registrata tornando da un cliente, agosto 2026.)