L’illusione dell’ovvio: come l’AI ci costringe a cambiare sguardo
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L’illusione dell’ovvio: come l’AI ci costringe a cambiare sguardo

4/1/2025

L’intelligenza artificiale non è magia, né nemica. È uno specchio che ci invita a guardare meglio ciò che crediamo ovvio. Anche (e soprattutto) nel nostro lavoro.

L’AI non è straordinaria. È quotidiana

Da oltre un anno e mezzo, studio l’AI ogni singolo giorno. Non per moda, ma per necessità. Lavoro nel marketing digitale, e in questo settore, l’intelligenza artificiale non è più un’opzione: è una presenza costante, a volte silenziosa, spesso invisibile.

Tengo corsi sull’uso dell’AI in azienda e ne parlo con imprenditori, marketer, creativi. La domanda che ritorna sempre è: “Ma l’AI farà il mio lavoro al posto mio?”

La mia risposta è: “No, se sei disposto a farti delle domande.”
Perché il punto non è solo cosa sa fare l’AI, ma cosa ci dice di noi. Ci mette davanti agli occhi qualcosa che spesso ignoriamo: quanto siamo abituati a ragionare per automatismi, per modelli già scritti. E quanto poco ci fermiamo a osservare il modo in cui pensiamo.

L’intelligenza artificiale non ha emozioni, ma ha un potere enorme: ci obbliga a mettere in discussione ciò che davamo per scontato.
Anche un titolo banale può nascondere complessità.
Anche una foto generata può aprire una riflessione.
Anche una risposta sintetica può essere più profonda di tante parole vuote.

L’ovvio è l’inganno più pericoloso

C’è una frase che mi accompagna da tempo: "Non c’è nulla di più ingannevole di un fatto ovvio."

In apparenza, tutto quello che ci mostra l’AI è semplice. È veloce, è pronto, è comodo. Ma dietro questa comodità si nasconde un pericolo: smettere di porci domande.

La verità è che l’AI non ci sta rubando il lavoro, ci sta sfidando a riprendercelo. A tornare creativi, profondi, curiosi. Non possiamo batterla in velocità, ma possiamo vincere in umanità. Per farlo, dobbiamo accettare di cambiare punto di vista: l’AI non è “intelligente”, siamo noi che spesso rinunciamo alla nostra intelligenza, fidandoci solo dell’evidente, dell’immediato, del già detto.

Quando qualcosa sembra ovvio, dovremmo chiederci: “Cosa non sto vedendo?”

È qui che nasce la differenza. È qui che si costruisce un nuovo modo di lavorare, e anche di vivere. Osservare con attenzione, non solo guardare. Ascoltare con empatia, non solo sentire. Agire con consapevolezza, non solo reagire.

Serve uno sguardo nuovo, non una nuova tecnologia

L’AI non cambia le regole del gioco: cambia il nostro modo di giocare.

Se usata con consapevolezza, può essere una guida, un amplificatore, un alleato. Ma se ci limitiamo a usarla come un trucco per fare prima o di più, allora perdiamo l’occasione di migliorarci davvero.

Nel mio lavoro, ho imparato che non basta essere competenti. Bisogna anche essere presenti. Attenti. Umili. L’AI ci insegna – paradossalmente – a essere più umani. A riconoscere il valore della lentezza, della riflessione, della relazione. A non darci mai per “risolti”.

Non si tratta solo di diventare più bravi con la tecnologia. Si tratta di diventare più veri con noi stessi.

Di mettere etica e sensibilità al centro, anche nel business. Di non avere paura del nuovo, ma paura dell’indifferenza. Perché ciò che ci salva non è ciò che sappiamo fare. È il modo in cui scegliamo di guardare il mondo, ogni giorno.