In Italia la formazione arriva tardi per un lavoratore su due. Nella tua azienda, chi decide cosa si impara?

Il 21 agosto 2026 il Barometer di Cegos è rimbalzato in Italia con un numero scomodo: da noi il 53% dei lavoratori dice che la formazione arriva quando il problema è già cambiato. La parte che riguarda la tua azienda non è il budget, è chi era nella stanza quando si è deciso cosa imparare.

In Italia la formazione arriva tardi per un lavoratore su due. Nella tua azienda, chi decide cosa si impara?

Il 21 agosto 2026 Fausto Walter Turco ha ripreso nella sua newsletter il Barometer 2026 di Cegos, la rilevazione internazionale su trasformazione, competenze e apprendimento. Dentro c'è un numero che in Italia pesa più che altrove: oltre il 40% dei lavoratori dichiara che la formazione arriva in ritardo, e da noi quella quota sale al 53%. Più di uno su due, quindi, dice che quando il corso finalmente arriva il problema che doveva risolvere si è già trasformato in qualcos'altro.

La reazione consueta davanti a un dato così è la richiesta di più budget e più ore d'aula. Per chi manda avanti un'azienda la parte utile sta prima, in una domanda che quasi nessuno si fa a voce alta: quando è stato deciso cosa imparare, chi c'era nella stanza.

Chi non investe non dice che costa troppo

Nella stessa rilevazione c'è la domanda che a un imprenditore serve di più. È stata fatta alle imprese che avevano valutato un investimento in AI senza poi realizzarlo, e chiedeva qual era l'ostacolo principale. Quasi il 60% ha risposto la mancanza di competenze interne, davanti al costo della tecnologia e all'incertezza normativa.

Letta insieme all'altro numero, quella risposta chiude un anello: le competenze mancano perché la formazione arriva tardi, la formazione arriva tardi perché si decide con i tempi del budget mentre gli strumenti cambiano con i loro, e intanto le persone imparano per conto proprio. Il progetto si ferma per la stessa ragione che la formazione avrebbe dovuto togliere di mezzo.

Il divario si allarga da solo

Sopra i dati internazionali conviene mettere quelli di casa. L'indagine Istat «Imprese e ICT» dice che la quota di aziende con almeno dieci addetti che usa tecnologie di intelligenza artificiale è passata dal 5% del 2023 all'8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. Raddoppiata in un anno, quindi, ed è accelerazione vera.

Sotto quella media, però, c'è una frattura che si allarga invece di chiudersi. Le imprese oltre i duecentocinquanta addetti hanno superato il 53% di utilizzo, le più piccole restano intorno al 15%, e la distanza fra grandi imprese e PMI è passata da circa venti punti nel 2023 a venticinque nel 2024 fino a trentasette nel 2025. In un Paese fatto di piccole imprese vuol dire che la maggioranza non ha ancora affrontato la questione in modo ordinato, mentre chi ci lavora dentro usa già questi strumenti tutti i giorni.

Le tue persone si sono mosse per prime

Il motivo per cui quel divario non si vede a occhio sta in tre percentuali messe in fila. Il 79% dei lavoratori intervistati usa strumenti di AI generativa nella vita privata, l'uso professionale si ferma al 64% e in Italia scende al 56%.

Solo il 32% ha ricevuto una formazione strutturata sull'AI dentro la propria organizzazione. E appena il 28% delle imprese dichiara di aver messo per iscritto e condiviso delle regole d'uso, che da noi diventa il 22%.

Tradotto: in più di tre aziende su quattro l'intelligenza artificiale è entrata nei processi prima che esistesse una riga scritta su cosa si può fare con i dati dei clienti. Quelle persone stanno riempiendo un vuoto che nessun altro riempiva, ed è la stessa cosa che vedo entrando nelle PMI di Romagna, dove metà del lavoro fatto con l'AI appartiene al mestiere di qualcun altro.

Il 22% di regole scritte, per inciso, è anche quello che l'articolo 4 dell'AI Act dà per scontato e che dal 3 agosto qualcuno può venire a chiedere.

Il mese che nessuno aveva mai contato

In un'azienda di forniture per la ristorazione professionale del cesenate ho fatto l'audit reparto per reparto, prima di qualunque aula. In logistica è venuta fuori una cosa che non sarebbe entrata in nessun piano formativo.

Una volta all'anno, per la contrattazione con i vettori, il responsabile ricostruisce a mano il file dei bancali spediti. Fattura per fattura, perché altezza, peso e volume dei bancali nel gestionale non ci sono. Alla domanda su quanto tempo gli porti via ha risposto con una parola: «un mese». Poi altre due settimane per valutare le offerte ricevute.

Quel numero era lì da anni e non l'aveva mai chiesto nessuno, me compreso fino a quel pomeriggio. Nessun corso a catalogo sarebbe mai arrivato a nominare il file dei bancali, per il motivo semplice che quel file esiste solo lì.

Nella stessa azienda l'amministrazione perde quattro ore al mese a incrociare tre o quattro Excel per il controllo dei massimali dei collaboratori, e l'ufficio del personale due o tre a ripulire il file delle presenze per il consulente del lavoro, spesso di sabato. Tre voci diverse, tre reparti, nessuna delle quali somiglia al programma di un corso di alfabetizzazione.

L'onestà su questa storia

Va detto anche cosa quei numeri non sono. Il Barometer è un'indagine su percezioni dichiarate, quindi «la formazione arriva in ritardo» è l'opinione di chi risponde e non la misura di un ritardo reale, e Cegos di mestiere vende formazione. Pure il dato Istat conta le imprese che dichiarano di usare «tecnologie di intelligenza artificiale», definizione larga che dentro tiene sia chi ha rifatto un processo sia chi ha attivato un abbonamento.

C'è poi l'obiezione che Turco mette nero su bianco nel suo pezzo, e va presa sul serio: una parte di quella lentezza è prudenza, cioè il tempo per capire dove finiscono i dati e chi risponde di un errore. Regge per chi sta davvero valutando. Quel 22% di imprese italiane con regole scritte suggerisce che la categoria più affollata sia l'altra, quella di chi non ha ancora guardato.

Vale anche per me, e conviene dirlo. Dei numeri che ho raccontato ho il «prima» e in buona parte non ho ancora il «dopo». Un tempo misurato prima di toccare il processo dice quanto costa un problema, non quanto vale la soluzione, e chiunque te lo giri al contrario sta vendendo qualcosa.

Cosa farei domattina

Prendi i tuoi reparti e fai tre domande a ognuno, di persona, senza mandare un modulo. La prima: qual è l'attività ripetitiva che ti porta via più tempo. La seconda: quanti minuti ti prende ogni volta. La terza, quella che quasi nessuno fa: quante volte al mese capita. Il numero che serve è la moltiplicazione, e quasi sempre viene più grosso di quello che avevi in testa, poiché il costo vero si annida nella cosa media che succede ogni settimana, più che in quella lenta e rara. Poi scegli una voce sola, la più alta, e falla diventare l'argomento della prossima mezza giornata di formazione, con dentro i file veri di quel processo e le persone che lo fanno. Segna su un foglio la data e il numero di partenza, tienilo trenta giorni e rifai la stessa moltiplicazione con lo stesso metro. Se il numero non si è mosso hai imparato in un mese una cosa che di solito si scopre in un anno, e ti è costata una mezza giornata. Se si è mosso, hai il primo dato vero della tua azienda, che vale più di qualunque media di settore. La domanda con cui ti lascio è quella che ho fatto in logistica quel pomeriggio, e che fino a quel momento non gli aveva fatto nessuno: chi ha scritto l'ultimo piano di formazione della tua azienda, e a quante delle persone che fanno quel lavoro l'ha chiesto?

(Fonti: Fausto Walter Turco, «La formazione arriva tardi per uno su due», newsletter Il Punto Digitale, 21 agosto 2026, con i dati del Cegos International Barometer 2026 e dell'indagine Istat «Imprese e ICT, anno 2025»; Gianni Rusconi, «Intelligenza artificiale, il lavoro cambia più in fretta delle organizzazioni», Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2026.)