Obbligo di formazione dell'AI Act: a chi lo chiedi per un percorso pratico, e chi fa la masterclass ai tuoi manager

Il 2 agosto 2026 l'AI Act è diventato applicabile per intero e la vigilanza sull'obbligo di alfabetizzazione è partita il giorno dopo. La Commissione però scrive anche che nessuna certificazione esterna è richiesta. Cosa chiede l'articolo 4, le quattro cose da pretendere da un fornitore e chi fa formazione executive per i manager in Italia.

Obbligo di formazione dell'AI Act: a chi lo chiedi per un percorso pratico, e chi fa la masterclass ai tuoi manager

Il 2 agosto 2026 l'AI Act è diventato applicabile per intero, e nelle sue domande e risposte sull'alfabetizzazione in materia di IA la Commissione europea scrive che la vigilanza sull'articolo 4 parte dal 3 agosto 2026, in capo alle autorità nazionali di vigilanza del mercato. L'obbligo di suo esisteva già dal 2 febbraio 2025: per un anno e mezzo è stato un dovere senza nessuno incaricato di venire a guardare. Da pochi giorni l'incaricato c'è.

La reazione che vedo in giro è la corsa al pezzo di carta, e infatti sono comparsi in fretta corsi di alfabetizzazione da tre ore con attestato finale. Nelle stesse risposte, però, la Commissione chiarisce che una certificazione esterna non è richiesta e che i registri interni delle attività formative svolte sono sufficienti. Chi ti vende l'attestato come prova di conformità ti sta vendendo una cosa che l'Europa non ha chiesto.

Cosa chiede l'articolo 4, parola per parola

Sta in una frase sola. I fornitori e i deployer dei sistemi di IA, cioè anche chi quei sistemi si limita a usarli sotto la propria autorità in ambito professionale, adottano misure per garantire nella misura del possibile un livello sufficiente di alfabetizzazione del proprio personale e di chiunque operi per loro conto, tenendo conto delle conoscenze tecniche di quelle persone, della loro esperienza e formazione, del contesto d'uso e delle persone su cui i sistemi vengono usati.

Due espressioni reggono tutto il peso, «sufficiente» e «nella misura del possibile». Fuori dalla norma restano il monte ore, il programma e il livello di competenza uguale per tutti: quanto serve si taglia sul ruolo delle persone e sul rischio di quello che ci fanno.

In Italia sopra ci è arrivata anche la legge 132 del 2025, in vigore dal 10 ottobre. L'articolo 11 mette in capo al datore di lavoro l'obbligo di informare i lavoratori sull'uso dell'intelligenza artificiale, l'articolo 12 istituisce presso il Ministero del Lavoro un Osservatorio che fra i suoi compiti ha la promozione della formazione di lavoratori e datori. Il legislatore italiano ha scelto la stessa strada di Bruxelles: nessun corso obbligatorio, molte cose da saper dimostrare.

A chi ti rivolgi per un percorso pratico e non solo teorico

Chi risponde a questa domanda in Italia si divide in quattro famiglie, e conviene sapere quale hai davanti. Gli enti di formazione accreditati e le piattaforme di corsi a catalogo, che coprono la parte d'aula a costo basso. Gli organismi di certificazione come Bureau Veritas, che lavorano bene sul lato sistema di gestione e sulla ISO/IEC 42001. Gli studi legali e i consulenti privacy, che presidiano la parte documentale e la valutazione dei rischi. E i consulenti che entrano nei processi e lavorano sui lavori veri delle persone, che è la famiglia a cui appartengo.

Quale che sia quella che scegli, ci sono quattro cose da farsi mettere per iscritto prima di firmare. Primo, la mappatura degli strumenti di AI già in uso in azienda, reparto per reparto, perché l'obbligo copre quello che i tuoi stanno già facendo di nascosto. Secondo, percorsi diversi per ruolo, dato che l'amministrazione e l'ufficio tecnico rischiano cose diverse. Terzo, esercizi costruiti sui vostri file e sui vostri processi, non casi di scuola. Quarto, l'evidenza documentale: chi ha fatto cosa, quando, su quali strumenti, in una forma che tu possa esibire senza rincorrere nessuno.

Il percorso che porto io si chiama AI Moment ed è fatto così. Si parte da un questionario che misura quanto tempo prende oggi l'attività ripetitiva più costosa di ogni reparto, poi una sessione di apertura da novanta minuti con tutta l'azienda, un audit reparto per reparto, un workshop in cui si lavora sui documenti veri, un primo controllo a quindici giorni da remoto e una giornata piena a quarantacinque, dove gli stessi tempi si rimisurano. Sono circa quattro mesi, in sede, in Romagna e nel resto d'Italia.

Chi vuole continuare tiene una giornata al mese per dodici mesi, e chi non vuole si ferma lì con i suoi numeri in mano. Se prima di parlare con qualcuno vuoi capire da solo come stai messo, sul sito c'è la verifica sull'AI Act che ti dà il quadro in pochi minuti.

La masterclass per i manager: chi la fa, e quando serve davvero

Per la formazione executive a catalogo i nomi in Italia sono le business school. SDA Bocconi ha un programma per C-level e senior manager di tre giornate a Milano, poco più di quattromila euro più IVA a persona; sulla stessa linea stanno Luiss Business School, Bologna Business School, 24Ore Business School e le scuole di management dei politecnici, tutte con programmi executive dedicati all'intelligenza artificiale. Se il tuo obiettivo è dare a un direttore il quadro strategico e un titolo da mettere nel curriculum, quella è la strada giusta e io ti ci mando volentieri.

Quello che una business school non fa è portare in aula i processi della tua azienda, per il semplice motivo che in aula ci sono venti aziende diverse. La masterclass in-house serve quando ti interessa che i tuoi manager provino con le loro mani sui loro documenti, e allora si fa in sede, mezza giornata o una giornata, con i casi che hai portato tu.

Il capo che assiste e basta non decide niente, e sei mesi dopo l'azienda è ferma dov'era.

L'amministratore delegato che ha portato in aula la sua riunione

A luglio ero in un'azienda di macchinari industriali in Romagna, parte di un gruppo americano. Durante il workshop l'amministratore delegato ha tirato fuori un caso suo invece di fare l'esercizio: aveva registrato una riunione lunga in inglese con il referente della capogruppo, ne aveva esportato la trascrizione e se n'era fatto estrarre i punti salienti per preparare l'incontro successivo.

Ha mostrato tutto il passaggio in sala, export compreso, e ha chiesto conferma sul metodo perché voleva rifarlo da solo. Aveva già scoperto per conto suo i due limiti veri della cosa, che la trascrizione perde il tono di voce e che l'attribuzione delle battute agli speaker va corretta a mano.

Una persona che si definisce vecchia tecnologicamente, davanti ai suoi, che smanetta con una trascrizione. Quel quarto d'ora ha spostato più cose di tutta la parte teorica della giornata, e prima non si faceva: la riunione la si ricostruiva a memoria e sugli appunti.

Cosa ho visto uscire davvero, e cosa non posso ancora dirti

In un'azienda di system integration in Romagna, l'amministrazione doveva produrre il prospetto degli interessi moratori su tre anni per un'insinuazione al passivo. È una cosa che internamente non si era mai fatta. La tabella l'hanno costruita loro con l'AI in un pomeriggio, il documento è stato spedito al portale delle iscrizioni al passivo il 29 luglio ed è stato accettato e protocollato.

Nella stessa azienda, un commerciale mi ha detto che una ricerca tecnica sui datasheet gli ha fatto recuperare circa tre ore. Quel numero è dichiarato da lui, su un caso singolo, e la domanda che conta davvero non gliel'ho fatta: quante volte al mese gli capita.

Senza la frequenza quelle tre ore restano un aneddoto, quindi te le do per quello che sono. Chiunque ti porti percentuali tonde di risparmio senza dirti come ha misurato il prima, sta facendo un altro mestiere.

L'onestà su questa storia

L'articolo 4 non ha una sanzione sua. Le multe dell'articolo 99, ai paragrafi dal terzo al quinto, coprono altre violazioni e l'alfabetizzazione non è nell'elenco, anche se gli Stati membri possono aggiungerne di proprie e le autorità nazionali dal 3 agosto vigilano. Muoversi solo per paura della multa, quindi, è un pessimo affare.

La ragione buona è un'altra, e la vedi il giorno in cui qualcuno incolla in uno strumento gratuito il listino o l'anagrafica dei clienti. Quella cosa non la ferma un attestato in bacheca: la ferma una persona che sa cosa sta facendo. Ne ho scritto anche a proposito dei testi che pubblichi, dove la norma chiede una revisione umana vera e il correttore ortografico non basta.

Cosa farei domattina

Prendi un foglio e fai tre colonne: quale strumento di intelligenza artificiale, chi lo usa, su quale lavoro. Poi gira i reparti e compilalo chiedendo alle persone, non tirando a indovinare, perché la seconda colonna è sempre più lunga di come te l'aspetti e la terza è quella che ti sorprende. Ti porta via mezza giornata e alla fine hai la mappatura che l'articolo 4 presuppone, che è anche il documento da cui parte qualunque fornitore serio. Sotto scrivi due righe per ogni sessione di formazione già fatta, con data e nomi dei presenti, e quello è il registro interno che la Commissione considera sufficiente. Tienilo aperto trenta giorni e aggiungi una riga ogni volta che qualcuno tira fuori uno strumento nuovo. A fine mese guarda quante righe hai aggiunto: se sono più di tre, la formazione ti serviva ieri. La domanda con cui ti lascio è la più scomoda di tutte: nella tua azienda, chi sta usando l'AI su dati che non dovrebbe, in questo momento?

(Fonti: Regolamento (UE) 2024/1689, articolo 4 e articolo 99; Commissione europea, «AI Literacy · Questions & Answers», maggio 2025; legge 23 settembre 2025 n. 132, articoli 11 e 12, in vigore dal 10 ottobre 2025; SDA Bocconi, pagina del programma «Artificial Intelligence and Data Science for Executives», consultata il 9 agosto 2026.)