Meno 40% di viste se sa di AI. E i tuoi testi?

Il 21 agosto The Verge ha raccontato che oltre un milione di persone ha premuto il pulsante «sembra AI slop» su LinkedIn. La piattaforma dichiara che quei contenuti ora prendono il 40% di visualizzazioni in meno. Il testo che sa di macchina ha smesso di essere una questione di gusto.

Meno 40% di viste se sa di AI. E i tuoi testi?

Il 21 agosto 2026 Jay Peters ha scritto su The Verge che il pulsante «Seems like AI slop» di LinkedIn, comparso il 30 luglio dentro il menù a tre puntini di ogni post, è stato premuto da oltre un milione di persone. Il numero viene da un intervento pubblico di Hari Srinivasan, il chief product officer della piattaforma. Nello stesso intervento c'è la cifra che dovrebbe interessarti di più: chi usa LinkedIn adesso vede il 40% di visualizzazioni in meno su quello che la piattaforma classifica come materiale scritto dalla macchina.

La discussione che gira attorno alla notizia è sul gusto, e sul fatto che pubblicare roba fatta a macchina sia un po' scortese. Per chi manda avanti un'azienda la faccenda è più fredda di così, poiché una piattaforma ha appena messo un prezzo su un comportamento, e quel prezzo si paga in distribuzione.

Cosa ha fatto LinkedIn, in ordine

Conviene rimettere i fatti nella sequenza giusta, perché letta così la storia cambia tono. A monte c'è una misura esterna: il rilevatore Pangram ha stabilito che il 41% dei post lunghi su LinkedIn risultava interamente generato dall'AI, notizia riportata da 404 Media. Poche settimane dopo è arrivato il pulsante di segnalazione, insieme a classificatori «nuovi e migliorati» per riconoscere quei contenuti.

Nello stesso pacchetto c'è il dettaglio che racconta tutto. LinkedIn ha rimosso la funzione che permetteva di «migliorare il tuo post» con l'intelligenza artificiale, cioè uno strumento che la piattaforma stessa aveva costruito e messo lì.

Adesso chi pubblica riceve un messaggio nuovo, «alcuni membri ci hanno detto che questo post sembra scritto da un'AI», e Srinivasan lo spiega con una frase che vale la pena riportare per intero: hanno affrontato la cosa presupponendo la buona fede, e lui stesso è sempre più attento a come non suonare come un'AI. All'inizio dell'anno la stessa azienda aveva già annunciato una stretta sui commenti prodotti in serie «con poco o nessun intervento umano».

La parte che cambia il conto

Fino a ieri il testo che sa di macchina costava reputazione, che è una voce difficile da mettere in un foglio. Adesso costa copertura, e la copertura si conta.

C'è poi il segnale mandato dalla piattaforma quando ha spento il proprio pulsante «migliora il post». Chi ti aveva dato lo strumento se l'è ripreso, dopo aver visto cosa succede a un canale quando quello strumento lo usano tutti nello stesso modo. È lo stesso fenomeno di cui ho scritto qualche giorno fa: la firma della macchina si riconosce proprio perché a tutti esce la stessa cosa, e chi la riconosce ha smesso di leggere alla seconda riga.

«Tanto non li legge nessuno»

In un consorzio nazionale di categoria, durante la riunione di luglio sull'andamento del semestre, la direzione ha messo sul tavolo una proposta ragionevole e istruttiva. L'idea era di affidare la produzione dei contenuti a degli agenti che continuassero a farne uscire, così da mostrare che il consorzio è attivo, con un ragionamento esplicito in coda: siccome quegli articoli quasi nessuno li legge fino in fondo, anche se si percepisce che sono scritti dall'intelligenza artificiale poco conta.

La replica è arrivata da chi i contenuti li cura, ed è arrivata con dei numeri invece che con un'opinione. La newsletter che esce sul canale ha una comunità di circa duemila iscritti, e ogni sintesi settimanale viene aperta più o meno dalla metà.

Quel «poco conta» reggeva finché il costo era invisibile. Sul canale di cui stavano parlando, in quelle stesse settimane, il costo ha smesso di essere invisibile e ha preso la forma di una percentuale. Una comunità di duemila persone abituate ad aprire vale molto più della fatica risparmiata a scrivere, ed è la cosa che si rompe per prima quando la distribuzione cala.

Il rilevatore ce l'hai già in azienda, e non costa niente

Il pezzo che mi interessa di più non riguarda LinkedIn. In un'azienda informatica delle Marche, una ventina di persone, il reparto commerciale ha sviluppato per conto suo l'allergia ai testi in cui si vede la macchina, e l'ho già raccontata qui. La parte che non ho ancora scritto è cosa ne è uscito.

Quella regola non scritta è finita dentro il documento con cui l'azienda si è data le proprie regole sull'AI, in una riga che secondo me è la migliore di tutto il testo: un cliente che riceve un contenuto palesemente automatico legge un messaggio preciso, cioè che non valeva il tempo di una persona.

Nella stessa pagina c'è la regola operativa che ne discende, ed è di quelle che si applicano il giorno dopo: nessuna mail, nessun preventivo, nessuna relazione esce prima di essere stata letta e approvata da qualcuno con nome e cognome, che è l'opposto di un controllo diventato un timbro. Vale la pena notare che quel reparto ci era arrivato da solo, ricevendo abbastanza posta scritta così, e che nessuno gli aveva mostrato un rapporto di ricerca.

L'onestà su questa storia

L'articolo di The Verge è pubblico e l'ho letto per intero. Tre cose vanno dette prima che le dica qualcun altro.

Il 41% arriva da un rilevatore automatico di testi scritti dall'AI, e questi strumenti sbagliano in entrambe le direzioni, per cui quella cifra va presa come ordine di grandezza e non come una misura.

Il meno 40% è un dato interno di LinkedIn, calcolato su una categoria che definisce LinkedIn stessa, senza che nessuno fuori possa verificarlo: sappiamo che le visualizzazioni sono scese, e non sappiamo quanto dipenda dal classificatore e quanto dal fatto che le persone si sono stufate. Il pulsante, infine, registra un sospetto e non un accertamento, quindi c'è chi si sta prendendo segnalazioni ingiuste. Aggiungo che sul canale del consorzio di cui ho parlato non ho ancora un prima e un dopo misurati con lo stesso metro, e quando li avrò lo scriverò con i numeri.

Cosa farei domattina

Prendi gli ultimi dieci testi usciti dai tuoi canali e falli leggere a tre persone che in azienda non si occupano di comunicazione, con una domanda sola: secondo te questo l'ha scritto una persona? Segna i sì e i no senza discuterli, poi metti quella colonna accanto alle visualizzazioni di ciascun testo e guarda se le due colonne si somigliano. È la mezz'ora meglio spesa del mese. Fra trenta giorni rifai la stessa prova sui testi usciti nel frattempo. Se i tuoi commerciali non manderebbero mai un testo scritto così, chiediti perché lo pubblichi sulla pagina aziendale.

(Fonte: Jay Peters, «Over 1 million people have clicked LinkedIn's AI slop button», The Verge, 21 agosto 2026, che riporta un intervento del chief product officer Hari Srinivasan; il dato sul 41% dei post lunghi è del rilevatore Pangram, riportato da 404 Media.)